Le mille svastiche di philip dick, tra amazon e il web

5 AGO 19
Ultimo aggiornamento: 00:12 | 6 AGO 19
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Philip K. Dick è un monumento. E’ il quinto faccione del monte Rushmore, il presidente ombra dell’inconscio americano torbido e profondo come un pozzo. E’ l’autore di fantascienza (1928-1982) che noi comuni mortali ricordiamo soprattutto per tre cose. Il bellissimo romanzo “Ubik” (1969), il racconto da cui Ridley Scott trasse “Blade Runner” (intitolato “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” del 1968) e infine il romanzo “The Man in the High Castle” (1962), da noi tradotto con felice invenzione “La svastica sul Sole”.
Dick era, come autore, un matto: non c’è altro modo per incasellarlo nella letteratura americana (che pure di matti ne ha conosciuti molti). Scriveva di tutto: 44 romanzi e più di 120 racconti, e li scriveva con prosa semplice ma ipnotica, continui riferimenti dotti e pop, invenzioni pazze, trasgressioni a cascata, condendo il tutto con alcool e droghe. Non l’LSD della stagione della psichedelia, come si crede comunemente, ma soprattutto anfetamine.
La sua invenzione più feroce, per noi che siamo i suoi epigoni dell’èra Trump, è stata l’idea che i nazisti abbiano vinto la guerra (tirando una bomba atomica su Washington) e occupato metà dell’America, mentre i giapponesi controllavano l’altra costa e restava autonoma solo una striscia nel mezzo, che faceva da cuscinetto tra i due imperi.
All’interno di questo mondo alternativo circolavano materiali sovversivi, ricercati dai nazisti ma anche della resistenza statunitense. Erano le tracce di un ulteriore universo alternativo in cui avevano vinto gli anglo-americani e la Germania era stata smembrata. Attenzione, però, non è la nostra realtà, ma una variazione di quella alternativa: dopo una guerra fredda tra Stati Uniti e Regno Unito, è quest’ultimo a vincere grazie al dittatore a vita Winston Churchill.
Amazon, nella sua ansia di trovare contenuti da produrre per la televisione in competizione con Netflix, ha trasformato “The Man in The High Castle” (tre stagioni, la quarta è l’ultima ed è appena stato annunciato che debutterà il 15 novembre) in una delle sue serie televisive più belle per atmosfere e gusto: i primi anni Sessanta, alla “Mad Men”, ma sottosopra, con un John Smith che è Obergruppenführer di New York e vive in una villetta borghese e pulita nei sobborghi, mentre gli storpi e gli svantaggiati vengono soppressi assieme ai dissidenti, agli ebrei e agli zingari (i neri sono stati già tutti gassati).
Su tutto dominano due oracoli: uno è il misterioso “Uomo nell’alto castello” che connette gli universi alternativi, e l’altro è un vecchio libro di quasi tremila anni: gli “I Ching”. Viene consultato da tutti per ridare un senso – per quanto casuale – alla realtà impazzita, ed è a sua volta il veicolo per trapassare negli universi alternativi.
L’idea è piaciuta e il popolo della rete se ne è appropriato con il suo autore più raffinato, colto e preparato: xkcd (si scrive così, tutto minuscolo), al secolo Randall Munroe, scienziato nerd e autore di “webcomics”, vignette satiriche online. Munroe spazia dalla battuta nerd all’esposizione dei problemi più complessi in maniera inappuntabile. In una celebre vignetta dedicata a la “Svastica sul sole”, xkcd gioca sull’idea che in un universo alternativo si possa parlare di un altro universo alternativo, ancora più diverso dal nostro. E che anche all’interno di quest’ultimo si possa parlare di un ulteriore universo alternativo, fino ad arrivare – dopo 500 iterazioni – a un mondo che sembra un esercizio di surrealismo, legato da un tenue filo con la realtà come la conosciamo.
La lezione zen è semplice: la verità è fluida e imprevedibile, e con piccole variazioni veleggia sempre più lontana. Non serviva Zygmunt Bauman per accorgersene: ce l’aveva già detto Philip K. Dick cinquant’anni prima.
Antonio Dini